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Tito Pasqui e il progresso di Barolo


Tra le fitte colonne della “Gazzetta Piemontese” del 20 novembre 1883, il quotidiano torinese che una decina d’anni più tardi avrebbe assunto il nome con cui ancora oggi è conosciuto, “La Stampa”, si trova un articolo dal titolo Un Comune premiato. È una di quelle cronache ottocentesche che, dietro il tono formale e un po’ solenne, raccontano in realtà storie molto vive: storie di amministrazioni locali intraprendenti, di territori che cambiano volto e di persone che, con competenza e generosità, contribuiscono al progresso di una comunità. Tra queste figure emerge quella di Tito Pasqui di Forlì, ricordato con rispetto per la benevolenza e l’attenzione dimostrate nei confronti del Comune di Barolo.

L’articolo si apre con un elogio dell’amministrazione barolese, descritta come “una buona Amministrazione pubblica che cerca di agire sugli interessi della grande famiglia cittadina”. Il tono è quello di una cronaca orgogliosa: il giornalista racconta come il paese, negli anni precedenti, abbia affrontato con decisione una serie di problemi concreti, lavorando con pazienza e lungimiranza per migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Non si tratta di imprese spettacolari, ma di interventi pratici e fondamentali: sistemazione delle acque, bonifiche, miglioramenti agricoli, infrastrutture utili alla popolazione.

Tra i ricordi più significativi evocati nel testo compare un gesto di generosità che il paese non aveva dimenticato. Nel 1872, il Comune poté dotarsi di nove fontanelle pubbliche di acqua potabile, per una spesa complessiva di sedicimila lire. Può sembrare un dettaglio minimo agli occhi di oggi, ma nella seconda metà dell’Ottocento l’accesso all’acqua buona e sicura rappresentava una conquista importante per la salute e l’igiene pubblica. In molti paesi si continuava a dipendere da pozzi o da acque di dubbia qualità; poter contare su fonti pubbliche significava migliorare concretamente la vita quotidiana degli abitanti. Non è difficile immaginare quelle fontanelle come piccoli segni di modernità disseminati tra le case e le piazze del paese, punti d’incontro e di servizio per la comunità.

Ma l’articolo della Gazzetta Piemontese non racconta solo un gesto generoso: racconta anche un territorio che, passo dopo passo, stava trasformandosi. Le colline e le pianure attorno a Barolo avevano conosciuto negli anni precedenti problemi seri: ristagni d’acqua, terreni difficili da lavorare, zone soggette a febbri e a condizioni insalubri. L’amministrazione comunale aveva affrontato la situazione con interventi progressivi di sistemazione e drenaggio, restituendo fertilità a terreni prima trascurati. Era un lavoro lento, spesso invisibile, ma decisivo per l’economia agricola della zona.Fu proprio questo insieme di opere e di miglioramenti a richiamare l’attenzione delle autorità nazionali. Il giornale racconta il momento in cui quel lavoro silenzioso venne riconosciuto ufficialmente, citando con orgoglio il passaggio in cui si ricorda il contributo di Pasqui alla valutazione dei risultati ottenuti:

"Questi benefizi d’una savia amministrazione non potevano a meno di richiamare su Barolo l’attenzione del Governo e del R. E., il ministro di agricoltura e commercio, in seguito alla relazione ufficiale del cav. ingegnere ispettore Tito Pasqui ed al parere consensuale del Consiglio superiore di agricoltura presieduto dal comm. Petrucci, conferiva la medaglia d’argento al Comune di Barolo per lavori di bonifica e di prosciugamento."

La medaglia d’argento concessa al Comune non era soltanto un riconoscimento simbolico: rappresentava il segno tangibile che l’impegno locale, quando sostenuto da competenza tecnica e da amministrazioni attente, poteva essere visto e apprezzato anche a livello nazionale. In questa vicenda Pasqui appare non soltanto come un benefattore, ma anche come un tecnico autorevole, capace di riconoscere il valore di un lavoro amministrativo ben fatto e di sostenerlo con la propria autorevolezza. Letto oggi, questo articolo restituisce un piccolo ma affascinante frammento dell’Italia di fine Ottocento. Un’Italia fatta di comuni operosi, di campagne che cercavano di modernizzarsi, di amministratori e tecnici che lavoravano per migliorare le condizioni del territorio. In quel contesto, la figura di Tito Pasqui si inserisce con naturalezza: un uomo capace di coniugare sensibilità civile e attenzione per lo sviluppo agricolo, lasciando un segno concreto nella storia di una comunità.

E forse è proprio questo il dettaglio più interessante che emerge dalla cronaca della Gazzetta Piemontese: dietro la formalità delle parole e il linguaggio dell’epoca, si intravede una relazione autentica tra una persona e un paese. Una relazione fatta di gesti pratici (una fontanella, una relazione tecnica, un riconoscimento pubblico) ma che nel tempo è diventata memoria condivisa e testimonianza di un impegno civile che vale ancora la pena ricordare.

Barolo è un paese il cui nome si intreccia indissolubilmente con quello del suo vino più celebre: tra le colline delle Langhe, la coltivazione del Nebbiolo ha dato vita a uno dei rossi più prestigiosi d’Italia, simbolo di territorio, tradizione e paziente lavoro agricolo. Tito Pasqui fu tenacemente legato al mondo del vino: studioso di ampelografia e funzionario del Ministero dell’Agricoltura, contribuì con i suoi studi e con i suoi incarichi istituzionali alla conoscenza scientifica delle varietà viticole e allo sviluppo dell’agricoltura italiana dell’Ottocento, osservando con interesse anche le terre e i vigneti di Barolo.

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