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Il fanciullo Tito Pasqui davanti a Pio IX

Nel 1857 Pio IX compie un viaggio nelle Legazioni. Entra nelle Romagne a Cattolica il 1° giugno e nei giorni seguenti visita le cittadine sulla via Emilia, sostando a Forlì tra il 3 e il 5 giugno e a Imola (sua sede vescovile prima dell’elezione al pontificato) tra il 6 e il 9 giugno. Il 10 giugno fa il suo ingresso solenne a Bologna. È un viaggio che vuole essere pastorale e politico insieme, solenne nella forma, inquieto nella sostanza, come inquieti sono gli anni che precedono l’Unità.

In quel contesto si colloca una figura minuta ma destinata a crescere: Tito Pasqui. Al battesimo si chiamava Tito Vincenzo Pio: in effetti era nato il 1° agosto 1846 e qualche settimana prima Pio IX aveva concesso l'amnistia per i reati politici. Pertanto quel bambino forlivese, figlio di Gaetano e di Geltrude Silvagni, portava come terzo nome quello del Papa. Un nome, dunque, già carico di storia e di attese, come spesso accade nelle famiglie che vivono intensamente il proprio tempo.

La sera del 3 giugno, come detto, Pio IX giunse a Forlì. La città si era preparata con il consueto apparato di archi e iscrizioni. Sull’arco trionfale, eretto all’ingresso della piazza, si leggeva questa epigrafe: PII IX P. M. DESIDERATISSIMO ADVENTU FORUM LIVII BEANTE, cioè "Forlì gioisce per l’arrivo desideratissimo di Pio IX, Pontefice Massimo". Altre iscrizioni erano sulla porta del duomo, dell’ospedale, del palazzo comunale e di finanza, e sulla porta Schiavonia. Il latino, lingua della Chiesa e della solennità, rivestiva muri e facciate, come a voler fissare l’evento in una dimensione eterna.

Pio IX si sporse dal balcone dell'attuale Municipio e secondo alcune voci fu accolto da fischi. In realtà, secondo la testimonianza del colonnello Apelle Santarelli riportata dal professor Mazzatinti, il fatto andò un po' diversamente. Infatti, sembra che un forlivese tra la folla fosse in procinto di far partire un applauso quando alcuni oppositori gli colpirono il cappello a cilindro in testa provocando una lieve baruffa. Ma il momento che più conta, almeno per questa pagina di memoria, avvenne lontano dalla folla, nel silenzio composto del seminario. Il Papa visitò il seminario; e qui dall’alunno undicenne Tito Pasqui gli fu recitato un componimento in versi latini. Undici anni: un’età in cui la voce è ancora incerta, ma lo studio è serio, e il latino non è solo materia scolastica bensì esercizio di disciplina mentale. Tito declama davanti al Pontefice nella lingua che accomuna Chiesa, erudizione e cerimonia.

L’aneddoto è raccontato in “Roma e lo Stato del Papa dal ritorno di Pio IX al XX settembre”, di R. De Cesare, Forzani e C., pubblicato a Roma da Tipografi-Editori nel 1908. Nel testo, infatti, segue la seguente chiosa: "Questo ragazzo fu, due anni dopo, uno dei più irrequieti distributori di cartellini rivoluzionari; poi volontario di Garibaldi nel Tirolo, e a Mentana. Oggi è ispettore generale al ministero d’agricoltura". La frase, secca e illuminante, dice più di molte analisi: il latino del seminario e i cartellini rivoluzionari, la declamazione davanti al Papa e il volontariato con Giuseppe Garibaldi, convivono nella stessa biografia. È la cifra di un’epoca in cui le fedeltà mutano rapidamente e le coscienze si formano nel contrasto. E Si lascia intendere che poche stagioni più tardi, ad appena tredici anni, Tito Pasqui era iscritto all'albo delle teste calde per motivi politici, a ridosso dei plebisciti che unificarono l'Italia. 

Nel pomeriggio del 5 il Papa prese la via di Faenza, e avanti di partire conferì al gonfaloniere Pietro Guarini la conferma per tre anni di tale dignità, e la commenda dell’ordine Piano; la stessa commenda al marchese Albicini, consultore di delegazione, e la croce di cavaliere dell’ordine di San Gregorio al conte Francesco Mangelli, anziano municipale, e altre croci ad altri personaggi. La cerimonia si chiude, la Storia prosegue. A noi resta l’immagine di un bambino in piedi, che recita versi latini con voce forse tremante, mentre attorno si muovono forze ben più grandi di lui. È in quel contrasto, tra l’innocenza dello studio e il fragore degli eventi, che forse s'intravede già l’uomo che Tito Pasqui sarebbe diventato.

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