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Dove riposa Tito Pasqui

La storia della tomba della famiglia Pasqui nel Cimitero Monumentale di Forlì, dall’acquisto dell’arcata nel 1886 alla sepoltura di Tito Pasqui e dei suoi familiari


Chi entri nel Cimitero Monumentale di Forlì e, superato l’ingresso, cerchi la sepoltura di Tito Pasqui, deve dirigersi verso l’avancorpo del grande complesso ottocentesco e individuare, nella sua parte interna, l’arcata distinta con la lettera «A». Prima scala a destra, all'ingresso del camposanto, quindi a sinistra, e ancora a sinistra. È questo il luogo nel quale riposa l’ingegnere, agronomo, garibaldino e funzionario dello Stato morto nel 1925; ma chiamarla semplicemente «tomba di Tito Pasqui» sarebbe inesatto, perché quell’arcata appartiene a una storia familiare assai più lunga, che precede la sua morte di quasi mezzo secolo e che, attraverso successive tumulazioni, trasferimenti di resti, restauri e trasformazioni, arriva sino al XXI secolo.

La sua stessa collocazione appartiene a una stagione decisiva della storia del camposanto forlivese. Il grande Cimitero Monumentale che oggi conosciamo stava infatti prendendo forma proprio negli anni nei quali i Pasqui cominciarono a preoccuparsi di assicurare ai propri morti una sede definitiva: il progetto del nuovo complesso era stato approvato nel 1867, i lavori erano iniziati l’anno successivo e sarebbero proseguiti per oltre vent’anni, dapprima sotto la direzione di Pietro Camporese e, dopo la sua morte, con le modifiche introdotte dall’ingegnere comunale Gustavo Guerrini, che intervenne anche sull’avancorpo. Il cantiere sarebbe stato concluso soltanto negli ultimi anni dell’Ottocento.

La storia della sepoltura Pasqui, tuttavia, non comincia dall’arcata A e neppure da Tito, bensì da suo padre Gaetano. Quando Gaetano Pasqui morì, il 19 giugno 1879, a settantadue anni, la famiglia acquistò nello stesso mese una tomba che i documenti definiscono «grande sulla linea dei viali interni del cimitero». La scelta non sembra essere stata dettata soltanto dall'urgenza di dare degna sepoltura a colui che, partito da condizioni tutt’altro che agiate, aveva costruito attraverso l’attività di caffettiere, inventore di macchine agricole, imprenditore e sperimentatore del luppolo una considerevole fortuna; si volle fin dall’inizio uno spazio capace di accogliere un numero consistente di salme, pensando dunque a una sepoltura familiare destinata a durare nel tempo.

In quella prima tomba Gaetano non rimase solo a lungo. Nella notte del 2 febbraio 1882 morì sua moglie Geltrude Silvagni e già il giorno successivo la figlia Ottavia si rivolse al sindaco chiedendo di poter deporre la madre accanto al padre; qualora non fosse stato possibile procedere immediatamente a una tumulazione definitiva, chiedeva che Geltrude vi fosse collocata almeno provvisoriamente, in attesa che si rendesse disponibile un’arcata. È un particolare importante, perché mostra come, prima dell’acquisizione dell’attuale sepoltura, esistesse già nei Pasqui il progetto di trasferire la memoria della famiglia entro una delle grandi arcate del nuovo cimitero.

Due anni più tardi il progetto assunse una forma precisa. Il 13 marzo 1884 Giovanni Pasqui, berettaio, fratello di Gaetano e dunque zio di Tito, presentò al Comune la richiesta per acquistare un’arcata del Cimitero comunale, chiedendo che fosse intestata a suo padre Fabrizio. Non era, quindi, una cappella acquistata da Tito per sé né una sepoltura sorta intorno alla sua figura: il nome posto idealmente all'origine dell'arcata era quello del nonno Fabrizio Pasqui, marito di Anna Fabbri, dal quale discendevano i due rami rappresentati da Giovanni e Gaetano.

L’atto decisivo fu stipulato il 9 ottobre 1886. Quel giorno, davanti al notaio Leonida Pettini e alla presenza del cavalier Gaetano Ghinassi, assessore delegato del Municipio di Forlì, Giovanni Pasqui comparve accompagnato dal nipote Tito e, agendo a nome proprio e dei suoi, ottenne l’investitura dell’«arcata interna dell’avancorpo distinta dalla lettera A». L’intestazione rimase, secondo quanto era stato richiesto due anni prima, a Fabrizio Pasqui; il diritto di sepoltura venne riconosciuto ai suoi ascendenti e discendenti, mentre l’atto contemplava espressamente anche alcune persone determinate: il cavalier Leopoldo Calderai, sua figlia Eleonora e Giuseppa Balestracci, vedova Iori. Il prezzo convenuto fu di 1.200 lire, da versare in sei rate annuali secondo quanto stabiliva il regolamento comunale.

Tito, dunque, era presente nel momento stesso in cui la sepoltura assumeva la propria veste giuridica definitiva. Aveva quarant’anni e alle spalle già una parte considerevole di quella vita pubblica che lo avrebbe condotto molto lontano da Forlì: la laurea bolognese in ingegneria civile e architettura, le campagne garibaldine del 1866 e del 1867, l’insegnamento, l’attività agronomica e gli incarichi amministrativi. La sua presenza accanto allo zio Giovanni nello studio notarile non è perciò un dettaglio marginale, poiché lega direttamente l’uomo che molti anni dopo vi sarebbe stato sepolto alla nascita formale della tomba di famiglia.

Per comprendere chi vi entrò nel corso del tempo bisogna risalire almeno di una generazione. Fabrizio Pasqui, al quale l’arcata era intestata, aveva sposato Anna Fabbri e aveva avuto quattro figli, Maria, Giuseppe, Giovanni e Gaetano; Giovanni sposò Carlotta Bartolini e da loro nacquero Eugenia, Vittoria e Domenico, mentre Gaetano, unito a Geltrude Silvagni, ebbe Livia, Tito, Ottavia e Claudia. Da Domenico e Clotilde Iori discesero a loro volta Emanuele, Fabrizio e Ugo, e da questi rami si sviluppò quella rete di Pasqui, coniugi e parenti acquisiti che avrebbe progressivamente popolato l’arcata.

Il prospetto cimiteriale permette di seguirne quasi materialmente il riempirsi. Vi compaiono Domenico Pasqui, figlio di Giovanni, morto il 10 aprile 1874; Gaetano, morto il 19 giugno 1879; Geltrude Silvagni, morta il 3 febbraio 1882; Giovanni Pasqui, morto il 21 luglio 1893; Vittoria Ghetti, morta il 6 gennaio 1895; Clotilde Iori, il 18 maggio dello stesso anno; Claudia Pasqui, il 27 luglio 1896; Eugenia Pasqui, il 24 aprile 1904; Ugo Pasqui, l’11 aprile 1914; Emanuele Pasqui e Angela Rusticali, entrambi morti nel 1920. Per molti di loro il registro reca una notazione particolarmente significativa: «Resti – il 9 Marzo 1967». Non si trattò dunque sempre di salme deposte nell’arcata immediatamente dopo la morte; la sepoltura che oggi vediamo è anche il risultato di successive ricomposizioni della memoria familiare, mediante il trasferimento nell’arcata dei resti di persone precedentemente collocate altrove.

Tito vi giunse invece subito dopo la morte. Morì il 7 luglio 1925, a settantotto anni, ancora celibe, nella casa al numero 21 di via Giuseppe Garibaldi; il prospetto conservato dal Cimitero registra la tumulazione due giorni più tardi, il 9 luglio. A quel punto l’arcata acquistata quando egli aveva quarant’anni era ormai diventata davvero ciò per cui Giovanni e lo stesso Tito l’avevano pensata nel 1886: il luogo nel quale più generazioni della famiglia potevano ricomporsi dopo percorsi biografici molto diversi, alcuni trascorsi interamente a Forlì, altri conclusi lontano dalla città.

Livia, sorella maggiore di Tito, era morta a Firenze il 2 luglio 1923; Ottavia, l’altra sorella, lo seguì il 5 giugno 1933, a ottantaquattro anni e, come lui, senza essersi sposata. Nel 1931 vi era stata tumulata Vittoria Pasqui, figlia di Giovanni, morta a novantuno anni; nel 1936 fu la volta di Fabrizio, figlio di Domenico e Clotilde. Il registro fotografato conserva ancora questa successione con la precisione quasi impersonale propria delle carte cimiteriali: nomi, paternità, data di morte, data di tumulazione e, qua e là, quelle brevi annotazioni a matita o a inchiostro che raccontano trasferimenti di resti avvenuti molti decenni più tardi.

Anche l’aspetto dell’arcata, intanto, mutava. Nel 1928 il marmista Adolfo Zampighi chiese al podestà l’autorizzazione a collocarvi una croce di marmo bianco lucidato a specchio. La domanda fu presentata il 29 marzo e, dopo alcune richieste di precisazione sulla sezione dell’opera, il Comune espresse parere favorevole il 18 giugno. Il disegno allegato consente di ricostruire almeno in parte ciò che allora si vedeva: nella zona superiore esisteva già un cartiglio di marmo bianco con l’iscrizione «FAMIGLIA PASQUI», mentre al centro doveva essere sistemata la nuova croce sopra un’ampia base modellata. Di quell’allestimento, tuttavia, non rimane oggi nulla.

La sistemazione attuale è assai più sobria. Il fondo dell’arcata è rivestito da semplici piastrelle di ceramica color mattone disposte verticalmente; al centro si trova una croce di marmo bianco, davanti alla quale salgono tre barre cilindriche di ferro cromato, affiancate e fissate alla base a un elemento di marmo bianco che rappresenta il Calvario e reca inciso il cognome della famiglia. Le tre barre raggiungono la sommità dell’arcata e alla loro base sono disposte, secondo una composizione piramidale, lampade concluse da calotte di vetro a forma di fiamma; lungo le pareti laterali, invece, piccole targhe di marmo bianco riportano i nomi e gli anni di nascita e di morte delle persone che vi riposano. È una soluzione priva dell’enfasi monumentale che ci si potrebbe attendere dalla tomba di una famiglia così strettamente intrecciata alla storia economica e civile forlivese, e forse proprio per questo capace di conservare una sua severa misura.

Nel frattempo l’arcata continuò ad accogliere nuove generazioni. Domenico Pasqui, figlio di Emanuele e Virginia Rusticali, vi fu tumulato per iniziativa del figlio Enzo dopo la morte, avvenuta il 28 marzo 1948; l’anno seguente vi entrarono Arrigo Pasqui e Virginia Rusticali. Nel marzo 1967 Rosa Pasqui chiese che vi fosse deposto anche il fratello Raniero, morto il giorno precedente nella propria abitazione di via Giosuè Carducci; proprio in quella circostanza, l’11 marzo 1967, numerosi resti dei membri più antichi della famiglia risultano essere stati ricollocati, secondo quanto annotato nel prospetto cimiteriale.

Negli anni Settanta il compito di occuparsi della tomba ricadde più volte su Enzo Pasqui, figlio di Domenico e Vienna Benzoni, pittore e uomo dalla biografia singolare. Nel luglio 1976 si interessò della sepoltura dello zio Luigi Celli, marito di Rosa Pasqui; pochi mesi dopo curò quella di Tersilla Bacchilega, vedova di Arrigo. Nel 1979 morì anche Rosa. Il 12 settembre dello stesso anno Enzo presentò al sindaco una richiesta di restauro e di sistemazione esterna e interna dell’arcata, accompagnandola con il progetto che, secondo la scheda conservata, corrisponde sostanzialmente alla sistemazione odierna. La documentazione trascritta presenta a questo punto una discordanza cronologica, poiché dopo aver datato la domanda al 1979 afferma che i lavori, dapprima rinviati, sarebbero stati ultimati il «28 luglio 1961»: una data evidentemente incompatibile con la sequenza degli atti e che, in assenza del documento originale capace di sciogliere il dubbio, è prudente lasciare come errore materiale della scheda anziché sostituirla con una congettura.

Un caso particolare fu quello di Giuseppe Pasqui, figlio di Emanuele e Virginia, morto ad Assisi nel 1938. La figlia Gisella ne aveva fatto trasferire la salma a Forlì, ma Giuseppe era stato collocato nella tomba stilobate numero 190; soltanto dopo la morte della moglie Maddalena Pasini, avvenuta il 28 agosto 1980, Gisella organizzò l’esumazione dei resti paterni e il loro trasferimento nell’arcata, affinché fossero deposti accanto a quelli della madre.
Seguirono Paolo Pasqui, morto nel 1984, Vienna Benzoni nel 1988 ed Enzo Pasqui nel 1998. Quest’ultimo, che accanto alla carriera amministrativa aveva coltivato con continuità il disegno, la caricatura, la pittura e persino l’invenzione meccanica, aveva sposato Gea Geltrude Geminiani e ne aveva avuto quattro figli, Fabrizio, Emanuele, Anna e Marina; alla sua morte fu il figlio Emanuele a chiedere che venisse tumulato nell’arcata nella quale Enzo stesso, per tanti anni, aveva accompagnato parenti e congiunti.

La successione arriva quasi ai nostri giorni. Adriana Pasqui, nata a Forlì nel 1922, vi fu tumulata nell’ottobre 2013; l’ultima deposizione registrata nella documentazione qui esaminata è quella di Gea Geltrude Geminiani, moglie di Enzo, morta il 7 agosto 2021 nella sua abitazione di via Galileo Galilei, pochi mesi dopo avere compiuto cent’anni. Ancora una volta fu Emanuele a occuparsi della tumulazione. Il prospetto cimiteriale fotografato, aggiornato a mano, registra infatti in fondo alla lunga serie il nome «Geminiani Gea Geltrude», la morte del 7 agosto e la tumulazione del 10 agosto 2021.

Si comprende allora perché l’arcata A sia qualcosa di diverso dalla semplice sepoltura di un personaggio illustre. Tito Pasqui vi riposa, ma non ne occupa idealmente il centro; appartiene piuttosto a una trama che lo precede e gli sopravvive. Prima di lui vi furono il nonno Fabrizio, al cui nome fu intestata la concessione, il padre Gaetano, la madre Geltrude, lo zio Giovanni e quella ramificazione di fratelli, sorelle, cugini e congiunti per la quale Giovanni e Tito avevano chiesto nel 1886 uno spazio abbastanza ampio da sottrarre la memoria familiare alla dispersione. Dopo di lui continuarono a entrarvi i discendenti dei diversi rami, sino a fare dell’arcata una sorta di genealogia costruita nella pietra.

E anche la sua storia materiale sembra seguire la medesima logica. Prima la «tomba grande» acquistata nel 1879 per Gaetano; poi il desiderio, manifestato alla morte di Geltrude, di disporre di un’arcata; quindi la richiesta avanzata da Giovanni nel 1884; infine l’investitura perpetua del 9 ottobre 1886, pagata 1.200 lire e intestata a Fabrizio. In seguito la croce marmorea progettata nel 1928, i trasferimenti dei resti, le nuove tumulazioni, il rifacimento novecentesco e, sulle pareti, l’accumularsi dei nomi. La tomba non nacque dunque come monumento celebrativo a Tito, e forse proprio qui risiede il suo interesse maggiore: l’uomo che aveva attraversato il Risorgimento, insegnato agraria, studiato la fillossera, amministrato Forlì e la sua provincia e raggiunto a Roma i vertici dell’amministrazione agricola dello Stato tornò infine nel luogo che egli stesso, quasi quarant’anni prima della morte, aveva contribuito ad assicurare alla propria famiglia.

Oggi l’arcata A rimane nell’avancorpo del Cimitero Monumentale di Forlì, in via Ravegnana, entro quel grande organismo architettonico ottocentesco che la città ha riconosciuto come uno dei depositi più importanti della propria memoria. Chi vi cerchi soltanto Tito troverà, inevitabilmente, molti altri Pasqui. Ed è forse questo che le carte del cimitero, con la loro asciutta successione di date, finiscono involontariamente per raccontare: dietro il nome dell’uomo pubblico ricompare la famiglia dalla quale era venuto, e dietro la famiglia una porzione di Forlì che, nell’arco di quasi due secoli, passa dalle case modeste dei primi Pasqui alla fortuna di Gaetano, dalle vicende risorgimentali di Tito alle generazioni novecentesche, fino all’ultima data aggiunta sul vecchio prospetto, nell’agosto del 2021.

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