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Tito Pasqui e le macchine della «pace feconda»

A 150 anni dalla prima pubblicazione torna la relazione di Tito Pasqui sulle macchine agrarie: una nuova edizione con glossario e rilettura in italiano corrente a cura di Umberto Pasqui



Nel settembre 2026, a centocinquant’anni dalla prima pubblicazione, torna disponibile la relazione che lo studioso forlivese Tito Pasqui dedicò alle macchine e agli attrezzi presentati al Concorso agrario regionale di Ferrara del 1876. La nuova edizione è accompagnata da un glossario delle “parole difficili” e da una rilettura integrale in lingua italiana corrente, entrambi a cura di Umberto Pasqui.

Non si tratta soltanto della ristampa di un documento storico. Dietro l’apparenza di una dettagliata rassegna tecnica si trova infatti un’opera capace di raccontare le speranze, i problemi e le contraddizioni dell’agricoltura italiana negli anni successivi all’Unità. Tito Pasqui, allora trentenne, osserva aratri, trebbiatrici, mietitrici, pompe, motori, strumenti enologici e macchine per la lavorazione della canapa; ma, attraverso queste descrizioni, costruisce una riflessione più ampia sul progresso, sul lavoro umano e sul futuro economico e civile del Paese.

Uno dei temi centrali del libro è la lavorazione del terreno. Un’aratura più profonda, secondo Pasqui, non serve semplicemente a preparare la semina: permette di regolare l’acqua, interrare i concimi, combattere le infestanti e mettere a disposizione delle colture nuove sostanze nutritive. Sotto la superficie già coltivata egli immagina «immense miniere di grano, di carne, di vino, di seta non ancora sfruttate». È possibile, dunque, ampliare la terra produttiva senza conquistare nuovi territori, ma rendendo fertile ciò che si trova sotto i piedi dell’agricoltore. Da qui nasce una delle frasi più notevoli della relazione: «Si conquista coll’aratro come colla spada, ma con quello pacificamente senza lagrime e senza sangue si accresce il territorio d’una nazione». La macchina agricola diventa così uno strumento di conquista pacifica. Al contrario delle armi, non distrugge uomini e ricchezze, ma aumenta la produzione e rende più fecondo il territorio.

Pasqui non accoglie però qualsiasi innovazione con entusiasmo acritico. Una macchina deve dimostrare concretamente la propria utilità ed essere adatta alle condizioni nelle quali verrà impiegata. Il principio emerge con particolare chiarezza nelle pagine dedicate agli aratri: «Un aratro non può convenire a tutti i terreni» e deve essere considerato «come strumento locale». Cercare un aratro universale, valido per ogni suolo e per qualsiasi lavoro, sarebbe come «indagare la quadratura del circolo» o inseguire il moto perpetuo. È una considerazione ancora attuale. La modernizzazione non consiste nell’importare indiscriminatamente una tecnologia, ma nel modificarla in relazione al clima, al terreno, alle dimensioni delle aziende, agli animali disponibili e all’organizzazione del lavoro.

Pasqui riconosce il valore dei modelli stranieri, ma rifiuta l’idea che l’Italia debba limitarsi a copiarli. Polemizza anzi contro i «fanatici lodatori di tutto che viene da oltralpe e da oltremare», ricordando che i costruttori italiani sono capaci di adattare e perfezionare le macchine secondo le esigenze «del nostro clima, del nostro suolo, della nostra economia rurale». Nel libro occupano un posto importante gli artigiani e i costruttori italiani. Alcuni non possiedono una formazione scientifica elevata, ma riescono a ottenere risultati notevoli grazie all’esperienza e all’osservazione.

Pasqui li descrive come uomini «poveri d’istruzione ma ricchi di volontà, di senso pratico e di tenace spirito d’osservazione». Il progresso, nella sua visione, nasce dall’incontro fra la conoscenza scientifica e l’intelligenza maturata nelle officine e nei campi. È significativo il caso di Annibale Gardini, dalla cui «povera officina» sarebbe partita una «scintilla» capace di favorire il rinnovamento degli aratri romagnoli. L’innovazione non proviene necessariamente dai grandi centri industriali: può nascere anche dal lavoro di un «oscuro artefice» e diffondersi attraverso l’esempio, l’imitazione e il confronto.

Per Pasqui nessuna macchina può essere giudicata soltanto dalla sua apparenza, dai disegni o dalle promesse dell’inventore. Deve essere portata nei campi, messa al lavoro e confrontata con le concorrenti. Occorre misurare la forza richiesta, la qualità del risultato, la resistenza, la produttività e il costo effettivo. «È provando e riprovando che le buone macchine s’apprezzano, e le cattive si mostrano», scrive. Anche i fallimenti hanno una funzione. La lunga ricerca di una macchina efficace per lavorare la canapa, una delle parti più interessanti del volume, è costellata di invenzioni premiate, apparecchi promettenti e tentativi presto abbandonati. Alcuni finiscono in quella che Pasqui chiama ironicamente la «grande necropoli delle macchine riuscite»: il cimitero delle invenzioni dichiarate risolutive ma incapaci di affermarsi nella pratica. Eppure ogni insuccesso può preparare un passo avanti. La sperimentazione deve continuare perché, come afferma Pasqui, «fermarsi è retrocedere».

Il significato più profondo della relazione emerge nelle pagine dedicate al rapporto fra meccanizzazione e lavoro umano. Pasqui non considera la macchina soltanto un mezzo per aumentare la produzione o ridurre le spese. Essa deve soprattutto liberare l’essere umano dalle fatiche più pesanti e puramente muscolari. Proprietari e agricoltori, scrive, hanno il dovere di acquistare le macchine che «sollevano l’operaio dai lavori manuali e pesanti», permettendogli di dedicarsi meglio alle attività nelle quali «intelligenza si richiede». La diffusione delle buone macchine è necessaria perché evita di chiedere a «migliaja di mani oggi incallite e domani redente» quella forza che può essere fornita dagli animali, dal vento, dall’acqua o dal vapore. In queste parole si riconosce una concezione civile del progresso tecnico: la macchina non dovrebbe umiliare o espellere il lavoratore, ma restituirgli tempo, energie e dignità, sostituendo progressivamente l’intelligenza alla fatica fisica.

Per Tito Pasqui un concorso agrario non deve essere una semplice vetrina celebrativa. Deve servire a capire a quale punto sia arrivato il Paese e quale strada resti ancora da percorrere. Il Concorso è «un inventario di ciò che s’ha per provvedere ciò che manca, correggere ciò che è difettoso ed immegliare ciò che è imperfetto». La parola “immegliare”, oggi uscita dall’uso e spiegata nel glossario della nuova edizione, significa rendere migliore, perfezionare. La relazione registra i progressi dell’industria italiana, ma anche le sue lacune. In alcuni settori, come quello delle mietitrici, la presenza nazionale è ancora insufficiente; in altri, come quello delle trebbiatrici, le officine italiane hanno ormai raggiunto risultati capaci di competere con le produzioni straniere. Particolare attenzione è riservata alla canapa, alla gestione delle acque, all’energia idraulica e all’aratura a vapore. Pasqui comprende che l’Italia, povera di carbone ma ricca di corsi d’acqua, deve imparare a valorizzare le proprie risorse. Anche le tecnologie più avanzate, tuttavia, devono essere adattate alle possibilità economiche delle aziende italiane.

La conclusione della relazione riprende e sviluppa l’immagine iniziale dell’aratro contrapposto alla spada. Pasqui paragona le macchine agrarie all’artiglieria, ma a un’artiglieria impiegata in una battaglia pacifica:«Le macchine agrarie formano l’artiglieria colla quale si mietono allori non insanguinati sui campi della pace feconda». I nemici dell’agricoltore sono le avversità meteorologiche, il clima, gli insetti, le malattie delle piante e, soprattutto, «il nemico più d’ogni altro funesto: l’ignoranza». In questa immagine si condensa il significato dell’intera opera. Le macchine non sono soltanto oggetti tecnici: rappresentano strumenti di conoscenza, emancipazione e sviluppo nazionale. La vera modernità nasce dalla collaborazione fra scienza, esperienza, industria e lavoro.

A centocinquant’anni di distanza, la lingua di Tito Pasqui conserva fascino e forza, ma presenta termini tecnici, costruzioni sintattiche e parole ormai lontane dall’italiano contemporaneo. Per questo la nuova pubblicazione del settembre 2026 propone, accanto al testo originale, un glossario delle “parole difficili” e una rilettura in lingua corrente curata da Umberto Pasqui. Il glossario permette di comprendere vocaboli desueti, termini agricoli e meccanici e significati che il trascorrere del tempo ha reso meno immediati. La rilettura segue invece il percorso della relazione, ne conserva le idee, gli esempi e le immagini più efficaci, ma rende più accessibile il ragionamento dell’autore. 

L’intento non è sostituire il testo del 1876, bensì offrire una porta d’ingresso. Il lettore può avvicinarsi più facilmente ai contenuti e tornare poi alle parole originali di Tito Pasqui, apprezzandone lo stile, l’ironia, la precisione tecnica e la fiducia nel progresso. Ripubblicare questo libro significa restituire attenzione a una pagina importante della storia agricola e industriale italiana. Significa anche riscoprire un autore capace di parlare di aratri, turbine e trebbiatrici senza perdere mai di vista le persone. La sua convinzione rimane affidata a una frase breve e orgogliosa: «Il genio meccanico non è patrimonio esclusivo d’alcuni popoli». Un invito rivolto all’Italia del 1876, ma anche ai lettori di oggi: conoscere, sperimentare e migliorare, perché fermarsi significa ancora retrocedere.

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