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Il fanciullo Tito Pasqui davanti a Pio IX

Tito Pasqui e le piante che risanano l’aria dell’Agro Romano


Sarebbe davvero stoltezza - scriveva un agronomo illuminato dell’Ottocento - non riconoscere quanto danno arrechi al Paese la malaria delle maremme, che sottrae al lavoro produttivo tanta e così valida gioventù. Da questa consapevolezza nasce uno dei testi più densi e appassionati dedicati al risanamento dell’Agro Romano, apparso come supplemento alla Nuova Enciclopedia Popolare Italiana (1874-1875), a sua volta tratto dal Giornale agrario italiano e firmato da F. Cazzuola. È un testo che parla di piante, di aria malsana, di scienza applicata; ma soprattutto parla di uomini. E tra questi emerge, con sobria autorevolezza, la figura dell’ingegnere cavaliere Tito Pasqui di Forlì, che seppe indicare con lucidità la via maestra: studiare a fondo il risanamento della campagna romana e tradurre la scienza in azione concreta.

L’Agro Romano non era soltanto una questione agricola. Era un problema sanitario, sociale, politico. Paludi, ristagni d’acqua, latifondi improduttivi e aria mefitica rendevano quelle terre — un tempo floride — teatro di febbri intermittenti e spopolamento. L’autore dell’articolo, con rigore quasi scientifico ma con tono sorprendentemente vivido, individua due direttrici fondamentali: Una riforma agraria e sociale, capace di creare popolazione stabile e colture adatte al territorio e una riforestazione mirata, fondata su piante in grado non solo di crescere in terreni ingrati, ma di purificare l’aria stessa. Qui la botanica diventa strumento di igiene pubblica.

Al centro della proposta campeggia la famiglia delle miricacee, definite senza esitazione le più potenti piante disinfettanti delle maremme. Chimici americani, naturalisti come Michaux, esperienze condotte negli Stati Uniti: tutto converge su un dato impressionante. Dove cresce la mirica, l’aria diventa balsamica. In particolare: Myrica cerifera e Myrica pensylvanica: capaci di assorbire enormi quantità d’aria e restituire ossigeno; produttive di una cera vegetale utile per saponi, candele, profumi, Myrica gale (mirto brabantino): l’unica europea, aromatica, antimiasmatica, preziosa anche per fissare dune e argini. La mirica non è solo pianta igienica: è pianta economica, industriale, capace di trasformare terreni abbandonati in risorsa produttiva.

Accanto ad essa, l’articolo elenca altre specie di grande interesse: Datisca cannabina (canapa acquatica): tintoria, disinfettante, utile nelle paludi. Dirca palustris: resistente al freddo, tessile e medicinale. Liriodendron tulipifera e Cornus florida: febbrifughi, ossigenanti, robusti. Prunus coccomilia (prugnolo di Calabria): paragonato per virtù alla china peruviana. Non mancano prese di posizione nette: diffidenza verso il girasole, giudicato depauperante, e verso l’eucalipto, ritenuto inadatto al clima dell’Italia centrale. Una lezione di prudenza agronomica che ancora oggi suona attuale.

È in questo quadro che il nome di Tito Pasqui viene citato con rispetto e chiarezza. L’autore richiama esplicitamente il suo pensiero: per rendere proficua e duratura la coltura nelle terre malsane è indispensabile portare a compimento gli studi sul risanamento della campagna romana, come afferma Pasqui stesso. Non è un richiamo retorico. Dopo il 1870, con Roma capitale, il Governo istituì commissioni di esperti (agronomi, ingegneri, giuristi) per affrontare il problema dell’Agro Romano. Pasqui fu tra coloro che operarono con valentia tecnica e zelo civile, contribuendo a porre le basi legislative e progettuali delle bonifiche. La legge del 19 giugno 1873, che liberava i latifondi dalla manomorta ecclesiastica e favoriva l’enfiteusi, va letta anche alla luce di questa visione: bonificare per popolare, popolare per risanare.

Questo scritto ottocentesco, così ricco di dettagli botanici e slancio civile, ci consegna un messaggio limpido: la lotta alla malaria non fu solo una battaglia medica, ma un’impresa collettiva di scienza, lavoro e riforme. E in questa impresa, la figura di Tito Pasqui emerge come simbolo di un’Italia che non si limitò a denunciare il male, ma cercò, con metodo, studio e perseveranza, di estirparlo dalle radici, piantando alberi là dove prima regnavano palude e abbandono.

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