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Tito Pasqui e il luppolo a Bologna


Nel clima fervido dell’Italia post-unitaria, quando il progresso agricolo e industriale veniva percepito come uno dei fondamenti della nuova ricchezza nazionale, Bologna si preparò a ospitare, nell’ottobre del 1869, l’Esposizione Agraria ed Industriale della Provincia. Non si trattava di una semplice mostra destinata a suscitare curiosità o stupore, ma di un’iniziativa dichiaratamente educativa, concepita come un grande campo di istruzione pubblica, di confronto tecnico e di stimolo concreto all’innovazione. La Commissione esecutiva, presieduta dal marchese Luigi Tanari, era composta da figure di primo piano del mondo scientifico, tecnico e amministrativo bolognese. Essa affermava esplicitamente di voler evitare ogni sterile esibizione, privilegiando invece la rappresentazione fedele delle produzioni ordinarie della provincia, accompagnate da spiegazioni puntuali sui processi di lavorazione, sulle condizioni di coltivazione e sulle possibilità di miglioramento.

L’Esposizione era organizzata in categorie molto ampie, capaci di restituire un’immagine complessiva dell’economia provinciale: dalle materie prime ai prodotti agrari, dalle industrie manifatturiere alle macchine e alle costruzioni, fino al bestiame domestico. Ogni espositore era chiamato non solo a presentare oggetti o prodotti, ma anche a fornire dati dettagliati su rese, superfici coltivate, qualità dei terreni, concimazioni, cicli colturali, costi del lavoro e valore economico. Ne emerge un quadro sorprendentemente moderno, che anticipa pratiche proprie dell’agronomia sperimentale e della statistica agricola. L’atmosfera dell’Esposizione doveva essere intensa e operosa: le macchine erano destinate a funzionare realmente, con forze motrici fornite dalla Commissione; i fiori e i frutti potevano essere rinnovati quotidianamente; gli espositori avevano libero accesso ai locali per sorvegliare le proprie mostre; il bestiame restava affidato ai conduttori, ma inserito in un’organizzazione rigorosa. Bologna, in quei giorni d’autunno, appariva come un crocevia animato da agricoltori, tecnici, studiosi, artigiani e industriali, impegnati in discussioni su varietà, metodi colturali, innovazioni e prospettive di sviluppo.

In questo contesto si inserisce la presenza, discreta ma significativa, di Tito Pasqui, allora poco più che ventenne, indicato nei documenti ufficiali come assistente e rappresentante della Direzione dell’Orto Agrario della Regia Università di Bologna. La sua partecipazione all’Esposizione è attestata da una voce di catalogo essenziale ma eloquente: “Piante e coni staccati di luppolo”. Il luppolo, ingrediente fondamentale per la produzione della birra, era all’epoca una coltura ancora poco diffusa in Italia e osservata soprattutto in chiave sperimentale. Presentarlo in una mostra provinciale significava inserirsi pienamente nello spirito dell’iniziativa, che non mirava soltanto a celebrare produzioni già affermate, ma anche a segnalare possibilità nuove, tentativi in corso, direzioni di sviluppo ancora da esplorare. Esporre piante e coni staccati voleva dire mostrare non solo il prodotto finale, ma l’intero processo colturale, dalla crescita alla raccolta, suggerendo implicitamente un legame tra agricoltura e industria e aprendo uno sguardo verso modelli produttivi diffusi in altre aree d’Europa.

È verosimile che Tito Pasqui operasse in questa occasione anche per conto del padre, Gaetano Pasqui, figura già inserita negli ambienti agrari e scientifici bolognesi, e che la sua presenza rappresentasse una sorta di passaggio generazionale: un giovane formato all’università che porta in pubblico osservazioni e sperimentazioni maturate in ambito familiare e accademico. Dai documenti disponibili non risulta che questa volta il luppolo Pasqui (già premiato nel 1861 e nel 1865) abbia ottenuto premi, medaglie o segnalazioni ufficiali. Tuttavia, questo dato non ne riduce l’importanza. L’Esposizione del 1869 non premiava esclusivamente l’eccellenza compiuta, ma offriva spazio anche a esperienze ancora in fase di prova, che difficilmente potevano competere con produzioni consolidate per quantità o rilevanza economica. In questo senso, la presenza del luppolo fu soprattutto una vetrina scientifica e tecnica, un’occasione per far conoscere a un pubblico qualificato una coltura allora poco familiare e per inserirla nel dibattito sul futuro dell’agricoltura provinciale.

Tra macchine a vapore, bestiami selezionati, tessuti, manufatti e prodotti alimentari, quella semplice indicazione di catalogo può apparire marginale, ma racconta molto del clima dell’epoca: la curiosità scientifica, la fiducia nel progresso, la volontà di sperimentare e di migliorare. Per Tito Pasqui, l’Esposizione Agraria e Industriale di Bologna del 1869 fu probabilmente più un inizio che un traguardo, un banco di prova e di visibilità che gli consentì di collocarsi, fin da giovanissimo, all’interno di una rete di tecnici e studiosi impegnati a modernizzare l’agricoltura italiana.

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