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L’Esposizione era organizzata in categorie molto ampie, capaci di restituire un’immagine complessiva dell’economia provinciale: dalle materie prime ai prodotti agrari, dalle industrie manifatturiere alle macchine e alle costruzioni, fino al bestiame domestico. Ogni espositore era chiamato non solo a presentare oggetti o prodotti, ma anche a fornire dati dettagliati su rese, superfici coltivate, qualità dei terreni, concimazioni, cicli colturali, costi del lavoro e valore economico. Ne emerge un quadro sorprendentemente moderno, che anticipa pratiche proprie dell’agronomia sperimentale e della statistica agricola. L’atmosfera dell’Esposizione doveva essere intensa e operosa: le macchine erano destinate a funzionare realmente, con forze motrici fornite dalla Commissione; i fiori e i frutti potevano essere rinnovati quotidianamente; gli espositori avevano libero accesso ai locali per sorvegliare le proprie mostre; il bestiame restava affidato ai conduttori, ma inserito in un’organizzazione rigorosa. Bologna, in quei giorni d’autunno, appariva come un crocevia animato da agricoltori, tecnici, studiosi, artigiani e industriali, impegnati in discussioni su varietà, metodi colturali, innovazioni e prospettive di sviluppo.
In questo contesto si inserisce la presenza, discreta ma significativa, di Tito Pasqui, allora poco più che ventenne, indicato nei documenti ufficiali come assistente e rappresentante della Direzione dell’Orto Agrario della Regia Università di Bologna. La sua partecipazione all’Esposizione è attestata da una voce di catalogo essenziale ma eloquente: “Piante e coni staccati di luppolo”. Il luppolo, ingrediente fondamentale per la produzione della birra, era all’epoca una coltura ancora poco diffusa in Italia e osservata soprattutto in chiave sperimentale. Presentarlo in una mostra provinciale significava inserirsi pienamente nello spirito dell’iniziativa, che non mirava soltanto a celebrare produzioni già affermate, ma anche a segnalare possibilità nuove, tentativi in corso, direzioni di sviluppo ancora da esplorare. Esporre piante e coni staccati voleva dire mostrare non solo il prodotto finale, ma l’intero processo colturale, dalla crescita alla raccolta, suggerendo implicitamente un legame tra agricoltura e industria e aprendo uno sguardo verso modelli produttivi diffusi in altre aree d’Europa.
È verosimile che Tito Pasqui operasse in questa occasione anche per conto del padre, Gaetano Pasqui, figura già inserita negli ambienti agrari e scientifici bolognesi, e che la sua presenza rappresentasse una sorta di passaggio generazionale: un giovane formato all’università che porta in pubblico osservazioni e sperimentazioni maturate in ambito familiare e accademico. Dai documenti disponibili non risulta che questa volta il luppolo Pasqui (già premiato nel 1861 e nel 1865) abbia ottenuto premi, medaglie o segnalazioni ufficiali. Tuttavia, questo dato non ne riduce l’importanza. L’Esposizione del 1869 non premiava esclusivamente l’eccellenza compiuta, ma offriva spazio anche a esperienze ancora in fase di prova, che difficilmente potevano competere con produzioni consolidate per quantità o rilevanza economica. In questo senso, la presenza del luppolo fu soprattutto una vetrina scientifica e tecnica, un’occasione per far conoscere a un pubblico qualificato una coltura allora poco familiare e per inserirla nel dibattito sul futuro dell’agricoltura provinciale.
Tra macchine a vapore, bestiami selezionati, tessuti, manufatti e prodotti alimentari, quella semplice indicazione di catalogo può apparire marginale, ma racconta molto del clima dell’epoca: la curiosità scientifica, la fiducia nel progresso, la volontà di sperimentare e di migliorare. Per Tito Pasqui, l’Esposizione Agraria e Industriale di Bologna del 1869 fu probabilmente più un inizio che un traguardo, un banco di prova e di visibilità che gli consentì di collocarsi, fin da giovanissimo, all’interno di una rete di tecnici e studiosi impegnati a modernizzare l’agricoltura italiana.
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