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Umberto Pasqui
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Nel marzo 1910 il settimanale socialista "La Lotta di Classe" stroncò il discorso pronunciato da Tito Pasqui ai funerali di Alessandro Fortis
La storia, soprattutto quando la si osserva senza lenti celebrative e con il gusto della complessità, possiede una singolare capacità di sorprendere: accade infatti che uomini destinati a occupare posizioni assai diverse nella memoria collettiva si incrocino fugacemente, lasciando dietro di sé testimonianze che, sebbene apparentemente marginali, restituiscono con vivacità il clima politico e culturale del loro tempo. È quanto avvenne nella primavera del 1910, quando il giovane Benito Mussolini, allora trentenne e da pochi mesi direttore del settimanale socialista rivoluzionario La Lotta di Classe di Forlì, dedicò poche ma taglienti righe a un discorso pronunciato da Tito Pasqui durante le solenni esequie di Alessandro Fortis.
Per comprendere l'episodio è opportuno ricordare, sia pure brevemente, la figura di Alessandro Fortis (1842-1909), uomo politico forlivese di primo piano nell'Italia liberale, garibaldino, deputato per molti anni e Presidente del Consiglio dei Ministri fra il 1905 e il 1906. Esponente della Sinistra storica, Fortis fu protagonista della vita parlamentare nazionale in un'epoca nella quale il giovane Stato unitario cercava ancora un difficile equilibrio fra modernizzazione, trasformismo e tensioni sociali. La sua morte, avvenuta il 4 dicembre 1909, diede luogo a solenni commemorazioni culminate, alcuni mesi dopo, nei funerali celebrati a Forlì, ai quali intervennero numerose autorità civili e politiche.
Tra gli oratori chiamati a prendere la parola figurò anche Tito Pasqui, il quale, fedele alla propria formazione patriottica e risorgimentale, volle ricordare l'amico Fortis inserendone la figura entro il più ampio orizzonte dell'idea nazionale e della necessità che l'Italia sapesse mantenere prestigio e forza nello scenario internazionale. Un registro retorico perfettamente coerente con la cultura politica liberale dell'epoca, ma destinato a scontrarsi frontalmente con la sensibilità del giovane Mussolini.
All'inizio del 1910, infatti, Mussolini era ancora lontano dalla parabola politica che lo avrebbe condotto al fascismo. Militante socialista rivoluzionario, dirigeva La Lotta di Classe, organo della Federazione socialista forlivese, dalle cui colonne combatteva con feroce intransigenza tanto il liberalismo quanto il repubblicanesimo e ogni manifestazione di patriottismo che giudicasse espressione della borghesia.
Per questo motivo la cronaca dei funerali di Fortis, pubblicata nel numero 12 del settimanale, datato 26 marzo 1910, non si limitò a descrivere la cerimonia, ma divenne l'occasione per distribuire giudizi trancianti sugli oratori intervenuti. Dopo aver definito le esequie "solenni ma fredde come tutte le cerimonie dalle quali è assente il popolo", Mussolini riconobbe valore soltanto ad alcuni interventi, riservando invece a Tito Pasqui un giudizio destinato a rimanere tra le più severe stroncature della sua produzione giornalistica giovanile:
"Dei discorsi, buono fu quello dell'avv. Ceccarelli. Sobrio e inspirato nel suo dire fu l'on. Nathan, insignificante il discorso pronunciato dal cittadino di Poggio Mirteto, strampalata e miserevole la concione del signor Pasqui che davanti a una bara evocò mitragliatrici e corazzate infilando il solito rosario di luoghi patriottici."
La scelta delle parole è rivelatrice. Mussolini non contesta soltanto la qualità oratoria dell'intervento, che liquida come "strampalata e miserevole concione", ma soprattutto il contenuto ideale del discorso, colpevole, ai suoi occhi, di avere evocato "mitragliatrici e corazzate" in una cerimonia funebre e di avere riproposto quello che egli definisce sprezzantemente "il solito rosario di luoghi patriottici".
È difficile non cogliere, dietro questa formula polemica, il contrasto fra due culture politiche profondamente diverse. Da una parte quella di Tito Pasqui, formatasi nel solco del Risorgimento, nella quale patria, indipendenza nazionale e memoria delle battaglie per l'Unità costituivano ancora valori civili imprescindibili; dall'altra quella del Mussolini socialista del 1910, internazionalista, acceso avversario del nazionalismo e convinto che la retorica patriottica rappresentasse uno strumento attraverso il quale le classi dirigenti cercavano di occultare i conflitti sociali. Colpisce, osservando oggi questo breve articolo con il senno della storia, il fatto che proprio Mussolini, destinato pochi anni più tardi a fare della retorica nazionale, della forza militare e della celebrazione della patria uno dei cardini della propria costruzione politica, rimproverasse a Pasqui di avere parlato di "mitragliatrici e corazzate" e di essersi abbandonato a un linguaggio patriottico. L'ironia della storia, talvolta, si manifesta anche attraverso simili capovolgimenti.
Naturalmente sarebbe improprio leggere quelle righe come una prefigurazione del futuro. Nel marzo del 1910 Mussolini scrive ancora da dirigente socialista rivoluzionario, immerso nelle polemiche locali della Romagna e impegnato a distinguersi per aggressività polemica e radicalismo verbale. Tuttavia, proprio per questo, la sua recensione del discorso di Tito Pasqui assume oggi un particolare interesse documentario: non tanto perché riveli qualcosa di Pasqui, quanto perché fotografa, in poche righe, il clima ideologico di una stagione nella quale il linguaggio pubblico era attraversato da contrapposizioni durissime e nella quale persino un'orazione funebre poteva trasformarsi nel terreno di uno scontro politico.
Per Tito Pasqui quella stroncatura non ebbe particolari conseguenze. Rimase semplicemente una delle tante polemiche che animavano la vivace stampa romagnola del primo Novecento. Per gli studiosi, invece, essa costituisce una piccola ma significativa tessera del mosaico storico, capace di ricordarci come le biografie dei protagonisti della storia si intreccino spesso in modi imprevedibili e come, dietro poche righe di giornale, possa celarsi un'intera stagione della cultura politica italiana.

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