Un'edizione del 1845 racconta gli studi umanistici di uno dei protagonisti dell'agricoltura italiana dell'Ottocento
Fra le pagine di un libro antico, talvolta, si conserva qualcosa che va oltre il testo. Non è raro imbattersi in firme, date, annotazioni di lettura o semplici tracce di possesso che, senza alterare il valore bibliografico dell'esemplare, gli restituiscono una vicenda umana. Così accade in un'edizione dell'Odissea di Omero, nella traduzione di Ippolito Pindemonte, stampata dalla Tipografia Fraticelli di Firenze nel 1845, nella quale i due volumi originali furono successivamente riuniti in un'unica elegante legatura ottocentesca.
Aprendo il libro si incontra una testimonianza tanto semplice quanto significativa. Sul foglio di guardia compare infatti, manoscritto a inchiostro, "Tito Pasqui 1860". Su quella stessa iscrizione il proprietario applicò, in un secondo momento, una piccola etichetta tipografica recante il proprio nome, "Tito Pasqui", lasciando tuttavia ancora intravedere la scritta originaria. Al di sopra dell'iscrizione è visibile un nome precedente, anch'esso manoscritto, accuratamente cancellato con un fitto tratto d'inchiostro. La cancellatura è tanto estesa da non consentirne oggi una lettura attendibile, ma documenta efficacemente il passaggio del volume da un possessore all'altro, secondo una pratica tutt'altro che insolita nelle biblioteche private dell'Ottocento.
La data è forse il dettaglio più interessante. Nel 1860 Tito Pasqui aveva appena quattordici anni. Nato a Forlì il 1º agosto 1846, avrebbe frequentato il liceo classico a Bologna, distinguendosi per gli ottimi risultati, prima di laurearsi nel 1868 in ingegneria civile e architettura con il massimo dei voti, lode e menzione d'onore. Quell'Odissea apparteneva dunque agli anni della sua formazione, quando il greco e il latino costituivano ancora l'ossatura dell'istruzione superiore. Per un giovane destinato a diventare ingegnere non vi era alcuna contraddizione nel dedicare molte ore a Omero: l'educazione classica non rappresentava un'alternativa agli studi scientifici, bensì il loro naturale fondamento. Attraverso i testi antichi si imparavano il rigore del ragionamento, la precisione della lingua, l'ordine dell'argomentazione e quella disciplina intellettuale che avrebbe accompagnato Pasqui anche nella successiva attività tecnica e amministrativa.
La sua carriera lo avrebbe portato ben lontano dai banchi del liceo. Dopo la laurea insegnò materie agrarie, partecipò alle campagne garibaldine e intraprese un brillante percorso nel Ministero dell'Agricoltura, fino a ricoprire incarichi di primo piano nell'organizzazione dell'agricoltura italiana e nella direzione generale del settore. Eppure questo volume ricorda che, prima dell'ingegnere, del tecnico e del funzionario dello Stato, vi fu un ragazzo di quattordici anni che scrisse il proprio nome su un libro destinato a rimanergli caro. Non sappiamo se quell'edizione fosse un premio di studio, un dono di famiglia o un acquisto personale; sappiamo però che egli volle farne un libro suo, prima con una semplice firma a inchiostro e poi con un'elegante etichetta stampata applicata sopra quella stessa firma, quasi a trasformare un'annotazione giovanile in un vero ex libris.
Sono dettagli minimi, destinati facilmente a sfuggire a una lettura frettolosa, ma proprio per questo preziosi. Essi ricordano come i libri antichi non siano soltanto veicoli di testi, bensì oggetti che attraversano le generazioni, conservando nelle loro pagine le tracce di chi li ha letti, studiati e custoditi. In questo caso, l'Odissea non racconta soltanto il ritorno di Ulisse a Itaca: racconta anche l'inizio del percorso di un giovane studente che, forte di una solida educazione classica, sarebbe diventato uno dei più autorevoli ingegneri agronomi dell'Italia postunitaria.

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