Tito Pasqui all’Esposizione nazionale romena, celebrato dalla stampa di Bucarest come «bun amic al Românilor», buon amico dei Romeni
Una vecchia pagina di giornale restituisce ciò che i documenti amministrativi difficilmente conservano: una fisionomia, una reputazione, persino il tono con cui un uomo veniva accolto lontano dalla propria terra. È quanto accade con Tito Pasqui, forlivese, garibaldino, ingegnere, studioso di agricoltura e alto funzionario dello Stato, che nell'autunno del 1906 troviamo a Bucarest, presentato ai lettori romeni con un riguardo che va ben oltre la formalità dovuta a un rappresentante del Regno d'Italia.
A raccontarcelo è una fonte precisa: il quotidiano «Universul» di Bucarest, che il 10 ottobre 1906, nel numero 278 dell'anno XXIV, pubblicò in prima pagina un suo ritratto illustrato accompagnandolo con un articolo dal titolo «Comandorul Tito Pasqui», il commendatore Tito Pasqui.
Un ritaglio apparentemente minuto, dunque, ma capace di aprire una finestra su una vicenda europea.
«Universul» annuncia anzitutto l'arrivo dell'ospite:
«Zilele trecute a sosit în Capitală comandorul Tito Pasqui, inspector general al ministerului de agricultură și comerț al Italiei» ossia: «Nei giorni scorsi è giunto nella Capitale il commendatore Tito Pasqui, ispettore generale del Ministero dell'Agricoltura e del Commercio d'Italia».
Non si trattava di un viaggio privato. Pasqui, precisa il giornale, era stato incaricato dal governo italiano «să viziteze și să facă un raport asupra expoziției naționale române»: visitare l'Esposizione nazionale romena e redigerne una relazione. È un particolare importante, perché restituisce il senso che avevano allora le grandi esposizioni. Non erano soltanto immense vetrine, nelle quali una borghesia affascinata dal progresso poteva ammirare macchine, prodotti agricoli, invenzioni e meraviglie industriali; erano anche luoghi nei quali le nazioni rappresentavano sé stesse e, nel medesimo tempo, si studiavano reciprocamente. Un'esposizione poteva essere osservata come un grande laboratorio: vi si misuravano il progresso tecnico, l'organizzazione produttiva, l'agricoltura, l'industria, le infrastrutture e perfino le ambizioni di un Paese. Per questo il governo italiano non aveva mandato a Bucarest un visitatore qualsiasi.
Il giornale romeno lo afferma senza esitazioni: «Comandorul Pasqui, în materie de expozițiuni, este o autoritate.». «Il commendatore Pasqui, in materia di esposizioni, è un'autorità.». Il giudizio, perentorio nella sua semplicità, acquista significato se lo si confronta con la carriera del forlivese.
Pasqui aveva infatti conosciuto direttamente il grande fenomeno delle esposizioni internazionali. Fu presente alle celebri esposizioni universali del 1878, 1889 e 1900, dapprima per studiare i progressi della meccanica agraria quale delegato della Provincia di Forlì, quindi con responsabilità legate al Regno d'Italia. Quando «Universul» aggiunge che egli aveva già ricevuto analoghi incarichi per diverse esposizioni europee, non sta dunque adoperando soltanto una formula encomiastica: sta riassumendo una competenza maturata nel corso di decenni.
È un aspetto della figura di Pasqui che merita attenzione. Nell'Italia postunitaria uomini come lui costituivano una sorta di cerniera fra scienza applicata e amministrazione: osservavano ciò che accadeva all'estero, studiavano macchine e procedimenti, confrontavano esperienze, producevano relazioni e cercavano di tradurre il progresso tecnico in strumenti utili all'economia nazionale.
Il cronista di «Universul», dopo aver presentato il funzionario, sente tuttavia il bisogno di raccontare l'uomo. E per farlo ritorna alla sua origine: «El s'a născut la Forli (Romagna)», «Egli è nato a Forlì (Romagna)». Quella precisazione geografica, necessaria per il pubblico di Bucarest, introduce immediatamente un'altra identità di Pasqui, assai precedente a quella ministeriale: la sua appartenenza alla generazione del Risorgimento.
Ancora giovane, ricorda infatti il quotidiano, aveva partecipato come soldato alle ultime spedizioni di Giuseppe Garibaldi, combattendo in Italia e poi in Francia nel 1870. Con lui viene ricordato un altro forlivese, Alessandro Fortis, garibaldino anch'egli e destinato molti anni dopo alla presidenza del Consiglio. Il giornale lo definisce «concetățeanul său Alexandro Fortis, fost prim-ministru al Italiei», cioè «il suo concittadino Alessandro Fortis, già primo ministro d'Italia».
È curioso osservare come, agli occhi di un giornalista romeno del 1906, l'identità pubblica di Pasqui fosse ancora inseparabile dalla giovinezza garibaldina. Erano trascorsi quasi quarant'anni, eppure quell'esperienza continuava a costituire una sorta di certificato morale: prima dell'alto funzionario, prima dell'esperto di agricoltura, c'era stato il giovane romagnolo che aveva seguito Garibaldi.
Terminata la stagione delle armi, Pasqui aveva scelto la strada della tecnica. «Universul» ricorda la sua formazione politecnica e riferisce che «a lucrat mai mult timp la tunelul St.-Gothard», vale a dire che «lavorò per lungo tempo al traforo del San Gottardo». Il particolare non è secondario. Il traforo ferroviario del San Gottardo fu una delle grandi imprese ingegneristiche europee del XIX secolo: parteciparvi significava trovarsi nel cuore materiale della modernizzazione, là dove la montagna veniva attraversata per ridisegnare le comunicazioni fra il Mediterraneo e l'Europa centrale. Dall'ingegneria Pasqui sarebbe poi passato stabilmente all'agricoltura, ma senza perdere quella disposizione a considerare la tecnica come strumento di trasformazione economica e sociale.
La sua attività nel settore agrario fu infatti tutt'altro che marginale. Pasqui contribuì al «Giornale agrario italiano» di Bologna e agli «Annali della Stazione agraria di Forlì», periodici attraverso i quali circolavano studi, esperienze e proposte rivolte al miglioramento dell'economia rurale. Nel 1886 fu chiamato a Roma come direttore della divisione Agricoltura e Idraulica agraria. Si occupò di questioni estremamente concrete: dalle applicazioni dei motori a vento per il sollevamento delle acque all'essiccamento dei cereali, studiato anche in relazione alla lotta contro la pellagra. Argomenti che oggi possono apparire specialistici, ma che nell'Italia rurale dell'epoca toccavano direttamente produttività, alimentazione e condizioni di vita. Un'altra sua attività lo portò nuovamente fuori dai confini nazionali. Pasqui fu infatti un attivo sostenitore dei vini italiani all'estero e partecipò in Austria-Ungheria a iniziative e dibattiti volti alla tutela e alla promozione dell'enologia italiana. Si comprende allora perché le esposizioni internazionali costituissero per lui un terreno quasi naturale: agricoltura, commercio, tecnica, propaganda economica e confronto internazionale vi convergevano. Nel 1903 giunse la promozione a ispettore generale dell'Agricoltura, delle Acque e Foreste. È dunque un uomo al culmine di una lunga carriera quello che, tre anni più tardi, arriva nella capitale romena.
L'Esposizione nazionale romena del 1906 aveva un significato che trascendeva la dimensione commerciale. La Romania celebrava quarant'anni di regno di Carlo I e intendeva mostrare, a sé stessa e all'Europa, i risultati raggiunti dallo Stato moderno. Pasqui vi giungeva pertanto con lo sguardo dell'esperto: doveva osservare, valutare, riferire. Ma il ritratto pubblicato da «Universul» suggerisce che l'accoglienza riservatagli avesse anche una componente personale. Il quotidiano non si limita infatti a elencarne gli incarichi. Dopo avere ricordato che la sua carriera ministeriale era avanzata «foarte repede», molto rapidamente, e che era stato anche deputato della città natale, conclude con parole insolitamente cordiali:
«Comandorul Pasqui este un bărbat distins și foarte simpatic și bun amic al Românilor.»
Ovvero: «Il commendatore Pasqui è un uomo distinto e molto simpatico e buon amico dei Romeni.»
È soprattutto l'ultima espressione a trattenere l'attenzione: «bun amic al Românilor» — «buon amico dei Romeni». Che cosa significava, nel 1906, essere definito in questo modo da un quotidiano di Bucarest?
La formula potrebbe avere, almeno in parte, un carattere di cortesia giornalistica; sarebbe tuttavia riduttivo liquidarla come un semplice complimento. Il cronista avrebbe potuto concludere ricordando la dignità dell'incarico, la competenza tecnica o il passato garibaldino. Sceglie invece di sottolineare una disposizione personale verso il Paese che lo ospita. E lo fa associando significativamente due giudizi: «foarte simpatic», molto simpatico, e «bun amic al Românilor», buon amico dei Romeni.
Fra Italia e Romania, d'altra parte, alla fine dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento, il richiamo alla comune latinità alimentava una rete di simpatie culturali, politiche e intellettuali. La lingua, le origini rivendicate, i rapporti diplomatici e gli scambi fra studiosi e funzionari concorrevano a costruire l'immagine di due popoli legati da una particolare parentela. In tale clima, le relazioni personali acquistavano facilmente un significato più ampio.
Non sappiamo, dalla sola pagina di «Universul», quali episodi avessero procurato a Pasqui quella reputazione. Proprio per questo la frase è preziosa: registra qualcosa che un atto ministeriale non avrebbe avuto alcun motivo di annotare, vale a dire la percezione dell'uomo. Il documento conserva, infine, un'altra qualità: Pasqui non vi compare soltanto attraverso le parole. L'articolo appartiene alla sezione «Vezi ilustrația», «vedi l'illustrazione», ed era accompagnato dal suo ritratto, al quale il titolo in grandi caratteri conferiva un'evidenza particolare. È quasi una fotografia di carta, sopravvissuta per oltre un secolo. Nelle fonti italiane Tito Pasqui può essere rintracciato attraverso la carriera ministeriale, gli studi agrari, l'attività politica, le esposizioni, l'esperienza garibaldina. Il giornale di Bucarest compie invece un'operazione diversa: raccoglie quei frammenti e li ordina per spiegare ai lettori romeni chi sia l'uomo giunto nella loro capitale. Ne risulta una biografia in miniatura sorprendentemente efficace: Forlì e Garibaldi, Fortis e il San Gottardo, l'agricoltura e le esposizioni universali, il Ministero e infine Bucarest. Una vita che, partita dalla Romagna risorgimentale, aveva assunto progressivamente una dimensione europea. E forse proprio qui risiede il valore più curioso di quel foglio del 1906. Una carriera può essere raccontata mediante date, promozioni e titoli; ma la memoria di una persona, talvolta, si annida in quattro parole che nessun curriculum avrebbe pensato di conservare.
A Bucarest, Tito Pasqui era anche questo: «bun amic al Românilor». Un buon amico dei Romeni.

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