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Tito Pasqui alle Esposizioni di Milano

Quando si pensa alle grandi esposizioni ottocentesche, l’immaginario corre subito a padiglioni monumentali, innovazioni industriali, opere d’arte e folle curiose. Ma dietro quel mondo scintillante c’era una macchina organizzativa complessa, fatta di competenze tecniche, valutazioni rigorose e figure chiave spesso dimenticate. Una di queste è Tito Pasqui. 
Sfogliando il volume ufficiale Le Esposizioni Riunite di Milano, 1894, il suo nome compare in modo tutt’altro che marginale: Commendatore Tito Pasqui, Direttore capo divisione al Ministero dell’Agricoltura, chiamato a ricoprire un ruolo di primo piano nella struttura dell’Esposizione.

Nel 1894 le Esposizioni Riunite di Milano non erano soltanto una vetrina artistica o mondana. Erano un grande progetto nazionale, pensato per mostrare il progresso dell’Italia unita nei campi dell’industria, della tecnica e dell’agricoltura. Proprio per questo, lo Stato era direttamente coinvolto. Tito Pasqui non era un semplice esperto invitato: rappresentava l’amministrazione centrale. In qualità di Direttore capo divisione del Ministero dell’Agricoltura, fu inserito ufficialmente tra i membri della giuria e indicato nel volume come presidente di gruppo, una funzione che implicava responsabilità di coordinamento e di giudizio. La sua presenza garantiva che le valutazioni non fossero solo celebrative, ma fondate su criteri tecnici, economici e scientifici coerenti con le politiche agricole nazionali.

Il compito principale di Pasqui fu quello di presiedere una giuria tecnica, incaricata di esaminare e valutare una delle sezioni più strategiche dell’Esposizione: quella dedicata alle macchine e agli utensili per la produzione vinicola e agricola. Non si trattava di un settore secondario. Alla fine dell’Ottocento, l’agricoltura — e in particolare la viticoltura — era al centro di profonde trasformazioni: meccanizzazione, nuove tecniche di lavorazione, risposte tecnologiche alle crisi fitosanitarie. Le macchine esposte a Milano rappresentavano il futuro dell’economia rurale italiana.

Come presidente, Pasqui aveva il compito di: coordinare i lavori della giuria; garantire la correttezza e l’autorevolezza delle valutazioni; contribuire all’assegnazione di premi e riconoscimenti. In altre parole, decidere quali innovazioni meritassero di essere indicate come modello per il Paese.

Questo ruolo si inserisce in modo naturale nel profilo di Tito Pasqui. Agronomo, tecnico e uomo delle istituzioni, Pasqui fu per tutta la sua carriera un mediatore tra scienza, amministrazione e mondo produttivo. Non è un caso che, negli anni successivi, venga chiamato a rappresentare l’Italia anche in grandi esposizioni internazionali, come quella di Parigi del 1900. La sua partecipazione alle Esposizioni Riunite di Milano del 1894 mostra come l’agricoltura fosse considerata parte integrante del progresso moderno, degna di essere valutata con lo stesso rigore riservato all’industria e alle arti. Rileggere oggi il nome di Tito Pasqui tra le pagine di quel volume significa riscoprire una figura che lavorava lontano dai riflettori, ma determinante nel dare credibilità tecnica e istituzionale all’Esposizione. Senza uomini come lui, le grandi esposizioni rischierebbero di essere solo spettacolo; con loro diventano strumenti di politica economica, diffusione del sapere e costruzione del futuro. In fondo, il progresso non nasce solo nei padiglioni: nasce anche nelle giurie, nelle relazioni ministeriali, nelle decisioni silenziose di chi sa riconoscere il valore dell’innovazione. E Tito Pasqui, a Milano nel 1894, era esattamente una di queste persone.

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