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Nel gennaio del 1868, da Berna, prendeva voce un progetto politico e morale di portata continentale: Les États-Unis d’Europe, organo della Ligue internationale de la paix et de la liberté, sotto la presidenza d’onore di Giuseppe Garibaldi. Non un semplice periodico, ma una piattaforma di pensiero che univa pacifismo, repubblicanesimo e internazionalismo democratico.
In questo quadro si colloca la lettera dell’Associazione universitaria di Bologna, firmata dal forlivese Tito Pasqui allora ventunenne, documento esemplare del ruolo che la gioventù colta europea si attribuiva: non spettatrice, ma coscienza attiva della storia. Il testo nasce come risposta all’intervento francese contro l’impresa garibaldina e afferma senza ambiguità che onorare Garibaldi significa onorare tutti coloro che sono stati colpiti dalla reazione politica del tempo. Pasqui scrive, in sostanza, che celebrare Garibaldi equivale a difendere “tutti coloro che sono stati calunniati dall’azione reazionaria del tempo presente”.
La lettera costruisce una potente opposizione morale: da un lato governi “deboli, indecisi o dispotici”, dall’altro la gioventù delle nazioni, chiamata a stringere “legami di solidarietà che devono scorrere come sangue ardente contro tutte le tirannie”. È un linguaggio che fonde romanticismo politico e razionalismo illuminista, eredità diretta del 1789. Per Pasqui e i suoi compagni, il progresso non è garantito, né inevitabile. Può essere soffocato, tradito, ridicolizzato. Ma non muore. “La speranza di un progresso conquistato con una causa giusta”, scrive la lettera, continua a vivere anche quando viene esclusa dai parlamenti o tradita dai ministri.
Garibaldi diventa così più di un generale sconfitto a Mentana: è una figura etica, simbolo di integrità personale e sacrificio totale, come ricordava la stessa rivista definendolo “eroe del patriottismo e dell’umanità”. Poco importa, scrive l’organo della Lega, che i ministri di un despota lo insultino: la sua grandezza morale resta intatta. La conclusione della lettera è un atto di fede laica nel futuro: la gioventù europea, stringendosi la mano oltre i confini, “inaugura solennemente l’era del libero avvenire dei popoli”. Non una profezia ingenua, ma una scelta di campo.
In queste righe, Tito Pasqui non parla solo a Garibaldi. Parla all’Europa che verrà. Ecco qui sotto il testo, tradotto dal francese, pubblicato nella rivista citata.
L’Associazione universitaria di Bologna, obbedendo al sentimento nobile e patriottico, ha inviato agli studenti di Parigi l’indirizzo seguente, al quale si sono unite, non appena giunto a loro conoscenza, tutte le altre università, per stringere, nella gioventù di tutte le nazioni, quei legami di solidarietà che devono scorrere come sangue ardente contro tutte le tirannie congiurate contro i popoli.
***
In risposta all’intervento francese in Italia, e al grido “Viva Garibaldi!”, voi avete onorato non soltanto un uomo illustre e sacro alla patria, ma avete reso onore, nello stesso tempo, a tutti coloro che sono stati calunniati dall’azione reazionaria del tempo presente, che, a sua volta, è l’opera di governi deboli e indecisi, o, peggio ancora, di poteri dispotici di leghe e di cricche.
L’Associazione universitaria di Bologna è felice di poter parlare in nome dei fratelli che combattono i nostri nemici comuni, dei progressi e della libertà: essa onora altamente i figli della grande Rivoluzione che non hanno degenerato, che hanno raccolto e trasmesso l’eredità dell’illuminismo e dell’istruzione al popolo.
È stato troppo spesso il tempo dei crimini e della menzogna a prevalere sulla volontà dei popoli; ma non senza lotta, non senza sofferenze. Il mondo ha bisogno di una consolazione per l’avvenire: la speranza di un progresso conquistato con una causa giusta, anche quando la sua voce venga soffocata nei parlamenti o tradita dai ministri, senza tuttavia cessare di vivere nei cuori.
La gioventù intelligente dei due paesi è dunque venuta a stringersi le mani, nel momento in cui distruggere le macerie funeste di un triste passato, condannare il progresso a una fine inevitabile, per preparare le rovine dell’organizzazione sociale, potrebbe essere scambiato per saggezza.
Essa inaugura solennemente l’era del libero avvenire dei popoli. Accettate, signore, il saluto fraterno che vi invia cordialmente questa società di studenti.
Bologna, 18 dicembre 1867
Per decisione del Comitato
Il Presidente: Tito Pasqui
Il Segretario: Foschini
La firma di Tito Pasqui in calce alla lettera del 18 dicembre 1867 non rappresenta un gesto isolato, ma la voce collettiva di una generazione studentesca che, a Bologna, aveva ormai acquisito una chiara coscienza politica. In una città segnata dall’eredità repubblicana e anticlericale dell’ex Stato pontificio, l’università divenne nel biennio 1867–1868 uno dei principali laboratori di opposizione morale alla politica dei governi. Gli studenti non si limitarono a esprimere solidarietà a Garibaldi come eroe nazionale, ma lo riconobbero come figura etica sovranazionale, capace di incarnare un’idea di progresso che travalicava i confini dello Stato unitario. Quando l’Associazione universitaria afferma che la gioventù delle nazioni deve stringere “legami di solidarietà che scorrono come sangue ardente contro tutte le tirannie”, essa si auto-definisce come soggetto storico attivo, legittimato a parlare non in nome del potere, ma della coscienza europea. In questo senso, l’intervento degli studenti bolognesi si colloca pienamente nel primo internazionalismo democratico ottocentesco: una forma di azione politica che non passa dalle armi né dalle istituzioni, ma dalla parola pubblica, dalla stampa e dalla costruzione di un’opinione morale condivisa, destinata a sopravvivere anche alle sconfitte militari e alle mediazioni diplomatiche.

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